Una poesia ingannevolmente danese

Yahya Hassan Danish poet

Upon hearing the saddening news reporting the death of 24-year-old Danish poet Yahya Hassan on 29 April 2020, we decided to share a short essay (in Italian) about Hassan and his poetry. Of Palestinian origins, Hassan’s first collection of poems Yahya Hassan: Digte (2013, Gyldendal) sold over 30,000 copies in the first few weeks. In Denmark, his poems fuelled the political debate around immigration because of their harsh criticism of the Islamic diaspora[1] and the mechanisms of integration within the Danish social bubble. In Italy, Yahya Hassan has been published by Rizzoli in 2014, translated by Bruno Berni. The following essay appeared in Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi. Letteratura danese. The volume, published by Associazione Giuseppe Acerbi in 2019, is edited by Simona Cappellari and Giorgio Colombo, and guest edited by Bruno Berni. For further information visit http://www.premioacerbi.com.

Alla triste notizia della morte del poeta ventiquattrenne Yahyah Hassan il 29 aprile 2020, abbiamo deciso di condividere un breve saggio sul poeta danese e la sua produzione letteraria. Il saggio è apparso nei Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi. Letteratura danese. Il volume, a cura di Simona Cappellari e Giorgio Colombo, con Bruno Berni nel ruolo di guest editor (nonché traduttore italiano di Yahya Hassan), è stato pubblicato dall’Associazione Giuseppe Acerbi nel 2019. Per maggiori informazioni sull’Associazione Giuseppe Acerbi, potete visitare il sito http://www.premioacerbi.com.

Nel 2013 la Danimarca viene attraversata dal fenomeno Yahya Hassan. Il giovanissimo poeta pubblica una raccolta di poesie che vende trentamila copie nell’arco di poche settimane, e viene subito tradotta in numerose lingue. Il personaggio di Yahya Hassan è complesso e controverso, proprio come la sua poesia: i risvolti politici della sua letteratura aprono un fervente dibattito che oltrepassa i confini nazionali e raggiunge dapprima la Svezia per poi espandersi negli altri paesi Scandinavi.

Yahya Hassan diventa immediatamente fenomeno letterario e mediatico, sin dalla presentazione del volume alla fiera del libro di Copenhagen, dove una folla di spettatori assiste alle sue letture e si mette in coda per acquistare il libro. L’elemento transmediale della sua attività di diffusione poetica ha permesso ad Hassan di raggiungere un pubblico molto vasto: numerosissime sono le apparizioni in pubblico e in televisione, anche grazie alle esibizioni in cui il poeta legge le sue poesie accompagnato da musica jazz, in una sorta di ibrido tra slam poetry e rap. Le recensioni su quotidiani e riviste sono molte e vivisezionano il fenomeno Hassan da diversi punti di vista: letterario, politico e sociale. 

Nato e cresciuto in Danimarca da genitori palestinesi, Yahya Hassan scrive versi in cui la funzione estetica invade lo spazio politico, contribuendo alla pluralità del dibattito pubblico sull’integrazione e sul contatto tra la cultura europea e quella islamica. Nella raccolta di poesie che porta il suo nome come titolo (YAHYA HASSAN, Gyldendhal 2013, tradotto in italiano nel 2014 da Bruno Berni per Rizzoli), Hassan condanna l’ipocrisia, la barbarie e la misoginia della diaspora musulmana,[1] puntando la penna contro la generazione di immigrati venuta prima di lui, esponendone contraddizioni e violenze, idiosincrasie e inganni. 

I testi poetici – rigorosamente scritti in caps lock, convenzione del mondo della rete che equivale al gridare – sono tutti di carattere autobiografico, organizzati in ordine cronologico: Hassan racconta con versi dalla durezza nitida e cristallina l’infanzia e l’adolescenza trascorse nel ghetto danese. Con un realismo quasi doloroso, l’immaginario poetico si compone di scene di violenze e abusi subiti dal poeta immerso in un contesto di forte degrado sociale.

Centrale nella sua scrittura è la critica aspra e inclemente nei confronti della generazione dei padri, che Hassan condanna per aver rifiutato l’integrazione nella società danese, rendendola di fatto impossibile – successivamente – per i figli. Rispetto alla questione dell’integrazione, Yahya Hassan aveva già suscitato scalpore alla prima polemica intervista rilasciata per Politiken il 5 ottobre 2013, dal titolo: Jeg er fucking vred på mine forældres generation, (‘Sono incazzato con la generazione dei miei genitori’). 

Questa condizione segrega Hassan in una dimensione identitaria quasi sospesa, in una bolla – quella delle sue origini palestinesi e della fede musulmana – all’interno di una bolla più grande, la società danese in cui si trova immerso. È proprio questa spaccatura nell’identità e nella percezione di sé uno degli elementi più interessanti della poesia del giovane neodanese:[2] ‘L’impossibilità, o la difficoltà, di acquisire comunque come propria una sola identità culturale porta Hassan a cercare valori comuni: l’identità che lui riconosce è quella umana e morale, al di sopra dell’appartenenza linguistica e culturale, e questo lo spinge – nonostante il suo passato fatto di furti e piccolo spaccio di droga – a criticare appunto gli immigrati mediorientali per la loro ipocrisia – in equilibrio tra il rispetto del Corano e la truffa all’assistenza sociale – ma senza risparmiare il sistema scolastico danese che lo ha espulso come un corpo estraneo’.[3]

Questa complessa condizione esistenziale si ripercuote sulla lingua usata nei testi: un elemento fortemente innovativo nel panorama letterario danese. A differenza di molti immigrati di seconda generazione, Yahya Hassan non utilizza il socioletto solitamente parlato dagli immigrati mediorientali, (una varietà del danese che presenta pronuncia, apparato lessicale e sintassi proprie), differenziandosi linguisticamente dai danesi. Al contrario, mescola abilmente il danese standard – che utilizza in maniera molto efficace, affermando di parlare un danese ‘ingannevolmente buono’[4],  appropriandosi persino del danese letterario del ‘900 – con termini gergali tipici delle varietà linguistiche parlate nel ghetto (per raccontare il mondo del crimine e della droga), a cui aggiunge, inoltre, parole di origine araba per esprimere concetti estranei alla cultura danese. In questo modo riesce a piegare il danese a una ‘sofferenza produttiva’,[5]arricchendolo in maniera tale da renderne impossibile la collocazione in una sezione specifica dello spettro sociale. 

Questa scelta assume le caratteristiche di una metafora della realtà sociale vissuta dal poeta, una rappresentazione della complessità della condizione multiculturale sospesa tra due universi che si intersecano senza mai divenire totalmente congruenti. La produzione poetica di Hassan riesce a far ragionare sull’opportunità di non focalizzarsi sulle superfici di incongruenza, ma piuttosto sulle potenzialità dell’arricchimento multiculturale che consente di ampliare lo spazio estetico e sociale.  

Allo stesso modo, l’opera del poeta è difficile da collocare a livello letterario: infatti, la scrittura di Hassan non si lascia imbrigliare dalle caratteristiche tipiche della letteratura di migrazione, ma si ricollega in maniera tutt’altro che velata alla grande tradizione poetica danese. Nella poesia ‘REFERENTE’, Hassan cita Michael Strunge, poeta danese scomparso nel 1986 che ha segnato la rottura con la tradizione lirica precedente:

QUANDO NON ERO ALL’OFFICINA / ANDAVO A UNA SCUOLA SPECIALE / FACEVO DUE PAGINE DI GRAMMATICA AL GIORNO /E POI GIOCAVO A MONOPOLI PER IL RESTO DEL TEMPO / AVEVANO RINUNCIATO A INSEGNARMI LA MATEMATICA / UN VENERDÌ MI DANNO UN TEMA / LUNEDÌ MATTINA UN’INSEGNANTE SBIRCIA IL MIO TEMA / DICE CHE È UNA COSA / CHE HO COPIATO DA INTERNET / IO NE SCRIVO UN ALTRO SUBITO / L’ULTIMO GIORNO DI SCUOLA PRIMA DI NATALE / MI REGALA TUTTE LE POESIE DI STRUNGE[6]

 L’incontro quasi fortuito con l’opera di Strunge – attraverso un volume che raccoglie più di mille componimenti – simboleggia un momento chiave nella vita di Hassan: il poeta, giovane studente, comprende il potere della poesia di aprire porte che gli permettono di entrare in spazi sociali diversi, e di interagire in maniera nuova con la società danese che lo circonda e che, in diversi momenti, l’aveva rigurgitato. Questo movimento viene espresso chiaramente nei versi che seguono:

AVEVA SCRITTO UNA POESIA SULLA PRIMA PAGI NA / DOPO LE VACANZE PARLAVA DI LETTE RATURA E FILOSOFIA / […] / MI REGALA ALTRI LIBRI E MI MANDA MAIL / MI INVITA A CASA CON SUO MARITO E SUO FIGLIO / ATTRAVERSO UN PORTONE / IN UN APPARTAMENTO CON I LIBRI SUGLI SCAFFALI E COSTOSE CHITARRE ALLA PARETE / FACCIO L’ESAME E OTTENGO BUONI VOTI / ORA IL COMUNE PENSAVA / CHE POTEVO ANCHE TORNARE A AARHUS[7]

Un riferimento così chiaro a Strunge non lascia dubbi sulle motivazioni dietro la scelta di Hassan di scrivere tutti i componimenti in maiuscolo, evidenziando la volontà del poeta di collocarsi all’interno di un modello culturale ben definito, quello danese. La terza raccolta di poesie di Strunge, infatti, pubblicata nel 1986, si intitola Gli urlatori (Skrigerne!), e presenta lo stesso identico stratagemma che si ritrova in YAHYA HASSAN.

Un secondo elemento che mette in luce la volontà di appartenenza ad un modello letterario europeo è il forte realismo che caratterizza l’opera. Anche in questo caso non è difficile individuarne le radici. Nella poesia LAVORO NOTTURNO LEGALE, Yahya Hassan scrive:

LA MIA PAGA ERANO LE CASSE DEI RESI DELLA NOTTE / QUALCHE NOTTE CE N’ERANO QUATTRO O CINQUE / MA QUELLA NOTTE CE N’ERA UNA SOLA / L’HO APERTA AL MATTINO PRESTO / INUTILI POLIZIESCHI E UN KNAUSGÅRD[8]

Karl Ove Knausgård è l’autore norvegese divenuto famoso a seguito della pubblicazione della serie in sei volumi La mia battaglia (Min Kamp), in cui narra – nei più minimi e vividi particolari – le vicende della sua vita. Hassan lo menziona in numerose interviste, indicando di aver imparato proprio da lui a rendere produttiva l’esperienza personale, e in particolare il rapporto con il padre, su cui Knausgård si concentra nel primo volume de La mia battaglia

Appare quindi chiaro che l’identità letteraria di Hassan sia riconducibile senza tentennamenti alla tradizione nord-europea, di cui riprende, combina e rielabora le caratteristiche appartenenti al canone novecentesco, con le tendenze contemporanee più vitali. L’uso dell’arabo per esprimere concetti appartenenti ad un universo danese nuovo, risultato di un contatto culturale massiccio, produce uno spostamento dei confini linguistici, un allargamento che spinge la lingua danese a ‘fare qualcosa che non sapevamo potesse fare’[9]. La poesia di Yahya Hassan presenta un forte potenziale innovativo all’interno dei confini di una Danimarca multiculturale: attraversando lo spazio estetico e politico in maniera trasversale, diventa rappresentazione di ciò che si può generare attraverso una ‘integrazione evoluta’[10], liberandosi da quelle caratteristiche che contribuiscono a risuddividere la struttura letteraria e sociale in blocchi e compartimenti rassicuranti ma privi di mutua intelligibilità.

[Andrea Romanzi, 2019, ‘Yahya Hassan. UNA POESIA INGANNEVOLMENTE DANESE’, Cappellari S., Colombo G., Berni B., ed., Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi, Associazione Giuseppe Acerbi, pp. 114-116]

Bibliografia

Berni B., ‘L’identità, la finzione e la sofferenza produttiva della lingua: tradurre Yahya Hassan’, in Testo a Fronte 54, Marcos y Marcos, Milano, 2016.

Berni B., ‘Un poeta sano e ben integrato. Yahya Hassan, apolide danese’, in Maschere sulla lingua Negoziazioni e performance identitarie di migranti nell’Europa contemporanea, a cura di Boschiero M., Piva M, I libri di Emil, Bologna, 2015.

Ciaravolo M., (a cura di), Storia delle letterature scandinave. Dalle origini a oggi, Iperborea, Milano, 2019.

Farrokhzad A., ‘Hans raseri hyllas av danske rasister’, in Aftonbladet, 22 gennaio 2014.

Hassan Y., Yahya Hassan, trad. Berni B., Rizzoli, Milano, 2014.

Munk Rösing L., ‘Yahya Hassans digte er fyldt med ild og nyskabelse’in Politiken, 13 ottobre 2013.


[1] Farrokhzad A., ‘Hans raseri hyllas av danske rasister’, in Aftonbladet, 22 gennaio 2014, trad. Berni B., ‘Un poeta sano e ben integrato. Yahya Hassan, apolide danese’, p.71, in Maschere sulla lingua Negoziazioni e performance identitarie di migranti nell’Europa contemporanea, a cura di Boschiero M., Piva M, I libri di Emil, Bologna, 2015.
[2] ‘Nydansker, la definizione politically correct delle persone di etnia diversa trapiantate in Danimarca’, Berni B., ‘Un poeta sano e ben integrato. Yahya Hassan, apolide danese’, p.71, in Maschere sulla lingua Negoziazioni e performance identitarie di migranti nell’Europa contemporanea, a cura di Boschiero M., Piva M, I libri di Emil, Bologna, 2015.
[3] Berni B., ‘L’identità, la finzione e la sofferenza produttiva della lingua: tradurre Yahya Hassan’ p. 111, in Testo a Fronte 54, Marcos y Marcos, Milano, 2016.  
[4] Hassan, Y, Yahya Hassan, trad. Berni B., p.137, Rizzoli, Milano, 2014.
[5] Cfr. Munk Rösing L., ‘Yahya Hassans digte er fyldt med ild og nyskabelse’, in Politiken, 13 ottobre 2013.
[6] Hassan Y., Yahya Hassan, trad. Berni B., p.63, Rizzoli, Milano, 2014.
[7] Ivi, p. 64.
[8] Ivi, p. 68.
[9] Munk Rösing L., ‘Yahya Hassans digte er fyldt med ild og nyskabelse’in Politiken, 13 ottobre 2013, trad. Berni B., ‘Un poeta sano e ben integrato. Yahya Hassan, apolide danese’, p.78, in Maschere sulla lingua Negoziazioni e performance identitarie di migranti nell’Europa contemporanea, a cura di Boschiero M., Piva M, I libri di Emil, Bologna, 2015.
[10] Berni, B., ‘L’identità, la finzione e la sofferenza produttiva della lingua: tradurre Yahya Hassan’ p. 116, in Testo a Fronte 54, Marcos y Marcos, Milano, 2016.  

Andrea Romanzi

Andrea Romanzi is a doctoral researcher at the University of Reading and Bristol in comparative literature and translation studies. He is main editor of Question, academic journal for the arts and the humanities, and he was editor and contributor for Prosopopeia, Norwegian journal of comparative literature. He translates literature from Norwegian and English into Italian. He collaborates actively with publishing houses across Europe as a consultant for Norwegian literature.